To leave or not to leave

20 Giugno 2016
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Il 23 giugno prossimo si terrà la consultazione ormai nota come Brexit ovvero il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. L’appuntamento di giovedì rappresenterà un’altro snodo nella travagliata relazione tra Unione Europea e Regno Unito: una storia complicata la loro, iniziata avendo già alle spalle due tentativi di adesione falliti sia nel 1963 che nel 1967, e che comunque rischiò presto di finire due anni dopo l’ingresso ufficiale del Paese nella Comunità Europea quando, nel 1975, il popolo britannico fu chiamato alle urne per una consultazione referendaria simile a quella che li attende giovedì prossimo.

Ma come si è giunti a questa nuova consultazione? Nel 2015 durante la sua campagna elettorale, il conservatore David Cameron promise che in caso di vittoria avrebbe convocato entro il 2017 un referendum per chiedere il parere della popolazione sull’annosa questione “Europa”, rispondendo così alle crescenti pressioni interne al Partito Conservatore e a quelle esterne dell’Ukip, partito euro scettico e nazionalista nato nel 1993 da una scissione tra le fila Tory.

Secondo i sostenitori della Brexit, l’Unione Europea sarebbe colpevole di aver imposto alle imprese britanniche eccessive tassazioni e regolamentazioni, favorendo nel frattempo l’immigrazione attraverso la Manica; i fautori del “Leave”, fortemente critici verso la libera circolazione, sostengono infatti che l’economia britannica se liberata dai vincoli burocratici e commerciali europei diventerebbe più florida grazie agli scambi dovuti all’apertura verso i mercati emergenti extra-europei.

Dall’altra parte, sul fronte del “Remain”, oltre al premier Cameron ed alcuni suoi ministri troviamo schierati il Partito Laburista e lo Scottish National Party: per i No-Brexit, l’uscita dall’Europa rappresenterebbe un grave errore economico e politico, in quanto oltre a perdere i preziosi finanziamenti da Bruxelles per l’agricoltura e per progetti a beneficio dei ceti meno abbienti, si perderebbero i rapporti commerciali privilegiati con il resto dell’UE, i quali, secondo i sostenitori del “Remain”, rappresenterebbero circa il 50% degli scambi con l’estero effettuati dal Regno Unito e quindi, in caso di uscita, il mantenimento di tali rapporti costerebbe comunque a Londra il rispetto delle norme comunitarie in materia ma con la differenza di non avere più alcun diritto di voto in Europa. A supporto del no alla Brexit troviamo anche grandi aziende che con l’uscita dall’Unione incontrerebbero poi serie difficoltà nello spostamento di capitali, merci e persone all’interno del mercato europeo: curioso infatti è il caso della Rolls-Royce che in questi giorni ha mandato lettere ai suoi dipendenti chiedendo per il 23 di votare l’opzione “Remain”.

Per il momento i sondaggi, che prima davano la vittoria del si alla Brexit, ora danno il “Remain” in testa al 45% contro il 42% del “Leave”, inversione dovuta all’ondata di indignazione causata dall’omicidio della deputata laburista Jo Cox, avvenuto ad una settimana esatta dal voto, per mano di un estremista di destra.

Al di là dei sondaggi, cosa succederebbe in caso di vittoria del “Leave”? Difficile a dirsi per via dei numerosi scenari che si potrebbero configurare, tuttavia bisogna ricordare che il referendum ha solo un valore consultivo e che, come quello sull’indipendenza Scozzese, darà solo un segnale politico e quindi non vincolerà il paese o il governo ad alcun tipo di azione; detto ciò, nel caso in cui il Governo britannico decidesse di avviare le trattative per l’uscita del Paese dall’UE, il trattato di Lisbona prevede un tempo massimo di due anni, salvo proroghe diversamente concordate, in cui stabilire i termini dell’uscita e le future relazioni tra il Paese uscente e l’Unione; tempo in cui verrebbe sospesa la partecipazione del Paese ai processi decisionali ma comunque non verrebbe meno l’obbligo di rispetto per i trattati stipulati.

 

Giovanni Tartaglia,

Responsabile Europa e Politiche Comunitarie,