Perizie e verità

10 Ottobre 2016
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Una perizia contraddittoria e una verità palese
Il processo penale è volto a stabilire se sussiste o meno l’obbligo di punire.

L’accertamento della verità, nel processo penale, è quindi un mero passaggio: non l’arrivo. Prova ne è il rilievo che, se l’imputato muore nel corso del processo, il processo si chiude: il venir meno del soggetto dell’eventuale punizione, trascina con sé, nel nulla, l’accertamento dei fatti.

L’accertamento giudiziale dei fatti.

Ma non servono gli occhi di un giudice per vedere quelle foto di Stefano Cucchi. Che Stefano Cucchi sia morto nelle mani dello Stato è una verità che nessuna sentenza di assoluzione, nessuna contraddittoria perizia potrà mai cancellare.

Eppure questa realtà incontestabile appare ancora così fumosa e impalpabile non tanto -e non solo- per via della complessa dinamica processuale, ma per quell’aria di ambiguità che circonda la vicenda di Stefano Cucchi, come tante vicende analoghe. Numerosi -troppo numerosi- sono gli esponenti politici, delle istituzioni, a volte delle stesse forze dell’ordine, che si appigliano ad una sentenza di assoluzione per urlare ai quattro venti “non è successo niente”. Tutto ciò è ancora più assurdo di fronte a una perizia che ipotizza sì una morte estranea alle violenze, ma appura (ancora una volta) la presenza di una frattura vertebrale avvenuta in un momento successivo all’arresto.

Al contrario, è proprio da quelle persone -rappresentanti tutti i livelli del potere sovrano- che vorremmo un sincero impegno perché siano accertate le responsabilità. È proprio da loro che dovrebbe partire una battaglia a tutto campo affinché si approvi una legge più chiara, che possa prevenire e punire gli abusi.

Va riconosciuto alle forze dell’ordine il rispetto dovuto per la delicata funzione che svolgono. Ma in uno Stato civile e di diritto, quale ci vantiamo di essere, il rispetto non deve nascere da paura e omertà, ma da sicurezza e trasparenza. E dalla verità.

 

Damiano Priante