#Organa: maternità e mondo del lavoro

15 Gen 2018
by Gd Marche

Sono 948 complessivamente i padri e soprattutto le madri lavoratrici che nelle Marche nel 2016
hanno lasciato il lavoro durante la gravidanza o subito dopo la nascita di un figlio. Il dato risulta
particolarmente preoccupante, sia per la dimensione quantitativa che per l’evidente e ampia
crescita: +4,5% rispetto all’anno precedente. Secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro ed
elaborati dall’IRES CGIL Marche, nel 2016, 801 lavoratrici si sono dimesse “volontariamente” nei
primi 3 anni di età del figlio, andando a convalidare le dimissioni alla Direzione Provinciale del
Lavoro. Ad esse andrebbe aggiunto il numero, difficile da quantificare, delle mamme lavoratrici
non tenute alla convalida delle dimissioni alla DPL, per non parlare delle tante lavoratrici precarie
per le quali la maternità significa spesso la perdita di ogni speranza di rinnovo del contratto. Tra i
motivi della decisione di lasciare il posto di lavoro prevalgono le difficoltà di conciliare il lavoro
con le esigenze di cura dei figli: ciò vale per 459 lavoratrici e lavoratori complessivi, pari al 48%
del totale (percentuale superiore a quella nazionale). Osservando meglio le specifiche ragioni che
hanno spinto alle dimissioni, risulta in primo luogo la mancanza di una rete parentale di supporto
(286 lavoratrici e lavoratori, pari al 30% del totale), la mancanza di posti nell’asilo nido (110
lavoratori e lavoratrici, 12%) e gli elevati costi dei servizi di cura al bambino, quali asili nido e
babysitter (63 lavoratrici e lavoratori, 7%). Hanno lasciato il lavoro per esigenze di conciliazione tra
il lavoro e famiglia 439 madri, a fronte di 20 padri a riprova che il lavoro di cura è ancora quasi
esclusivamente a carico delle donne. Per alcuni, la mancata concessione del part time da parte
dell’azienda, rende inconciliabile il lavoro con la genitorialità (2%). Si tratta in particolare di 21
lavoratrici e 1 lavoratore. la maggior parte di coloro che lasciano il lavoro presenta le dimissioni
dopo la nascita del primo bambino (59%); significativo anche il numero di coloro che hanno due
figli (30%) o più (7%). Limitato, invece, il numero di coloro che lasciano il lavoro durante la
gravidanza (4%). Nella maggior parte dei casi, e in misura superiore al dato nazionale, si tratta di
lavoratrici con figli con meno di un anno di età. Le imprese dalle quali le lavoratrici provengono
sono prevalentemente di piccole e piccolissime dimensioni, quasi sempre non sindacalizzate, e dove
probabilmente è più difficile trovare risposte adeguate alle nuove esigenze di flessibilità richieste
dalla nascita di un bambino: il 68% delle aziende che le donne lasciano quando nasce un figlio ha
meno di 15 dipendenti (55% a livello nazionale) e il 14% ha tra 16 e 50 dipendenti. Vi è un rapporto
inversamente proporzionale tra le dimissioni e l’anzianità di servizio delle lavoratrici madri che si
dimettono: il 48% di essi ha un’anzianità lavorativa inferiore a 3 anni e per il 42% l’anzianità va dai
4 ai 10 anni. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di lavoratrici con qualifiche operaie e impiegatizie.
Le donne dimissionarie provengono principalmente dai settori dei servizi (26%) e del commercio
(26%) seguiti dall’industria (19%). Per un significativo numero di lavoratrici non viene specificato
il settore produttivo di provenienza. “Il numero delle donne che ogni anno lascia il lavoro quando
nasce un figlio è impressionante” – dichiara Daniela Barbaresi, Segretaria Generale CGIL Marche.
“Per troppe di loro la scelta di dimettersi risulta essere l’unica strada possibile e per questo è
necessario intervenire con soluzioni contrattuali e con politiche adeguate perché tante donne non
siano lasciate sole, costrette a fare i conti con una rete di servizi inadeguata ai bisogni e i cui costi
sono spesso troppo elevati per tante famiglie”. “Soprattutto occorre rivedere radicalmente le
politiche incentrate sulla monetizzazione dei bisogni: bonus mamme, bonus bebè, bonus asilo nido,
bonus baby sitter sono interventi accomunati dal dare un po’ di soldi a tutti, a volte anche a
prescindere dalle reali condizioni economiche dei beneficiari. Misure lontane da quelle risposte
concrete di cui c’è bisogno per accompagnare le trasformazioni economiche e sociali”. “Occorrono
misure concrete e durature, frutto di una strategia complessiva che riconosca la centralità del lavoro
delle donne con un sistema di infrastrutture sociali, a partire da una rete adeguata e accessibile di
asili nido e servizi per l’infanzia idonea a rispondere ai bisogni delle madri, dei padri e dei
bambini”.

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