Lacrime e calcetto

29 Agosto 2016
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(Foto ANSA/Cristiano Chiodi)

“Sarà difficile tornare a giocare qui dentro”, mi dice un carissimo amico visibilmente commosso, non appena ci incrociamo dentro alla palestra di Monticelli, la mattina dei funerali di Stato.
A partire da quel momento la frase mi ritorna prepotentemente in testa ogni volta che, in questi giorni convulsi e concitati, mi siedo a riflettere o più semplicemente a riposare.
Per noi di Monticelli – quartiere in tutti i sensi “periferico” di Ascoli, cresciuto enormemente di popolazione, specie giovane, negli anni ’90 – quella palestra ha significato un importante, seppur tardivo, luogo di svago e di sport.
L’eccezionalità di quel palazzetto è sempre stata per me soprattutto la posizione: ogni volta che parto da casa con il borsone – saranno tre, forse quattro minuti a piedi – e comincio la breve salita verso la palestra, supero rapidamente l’ingresso dell’ospedale civile. Ma il passaggio di fronte all’obitorio, leggermente prima dell’ingresso della palestra, non sempre è così agevole e “meccanico”.
Non è difficile incrociare, infatti, la presenza o lo sguardo di persone colpite da un lutto. Loro sono lì a consolare un amico, un parente o a piangere un affetto che non è più, mentre tu, stronzetto apparentemente insensibile, passi davanti a loro pregustando la grande lezione di calcetto che (non) impartirai ai tuoi amici. È un momento di colpevolezza imbarazzante, ma passa via subito. C’è una partita, anche se tra amici, da vincere; in mezzo al campo non c’è spazio per la tenerezza o per i sentimentalismi, anzi non mancherai di far notare all’avversario più di altri in difficoltà fisica che non si deve preoccupare perché “se succede qualcosa, qui sotto ci sono l’ospedale e l’obitorio a due passi”.
La sensazione di sabato mattina invece è tutt’altro che passeggera. Essere vivo tra i morti, estraneo tra i parenti, sicuro tra gli sfollati: tutte condizioni che non seguono il filo logico di un merito o di una colpa. È andata così, così è e indietro non si può tornare. Anzi, è probabile che questa tragedia segni quella che gli storici chiamano una “cesura”, un prima e un dopo tra loro, sotto alcuni aspetti, diversissimi e non conciliabili.
Lo è per me, perfetto estraneo e testimone suo malgrado di qualcosa di tremendo e annichilente; lo è soprattutto per i sopravvissuti, ai quali la Protezione Civile ha provveduto tempestivamente. Per loro l’esistenza, speriamo il meno a lungo possibile, ha riservato una curva improvvisa che spetta a noi – nelle nostre “tiepide case” – provare a raddrizzare con piccoli gesti che devono continuare anche dopo l’esaurirsi della spinta emotiva scatenatasi nell’opinione pubblica.
Sarà difficile tornare a giocare a calcetto nella palestra di Monticelli, verissimo. Sarà doloroso e necessario. Lo dobbiamo ai morti, ai sopravvissuti e a noi tutti che abbiamo avuto prova della devastazione fisica e spirituale che porta con sé un terremoto: perché quel maledetto 24 agosto può averci scoperto più fragili, più nudi, più impauriti; può forse aver significato la fine di un certo momento storico e l’inizio di un altro; probabilmente può aver cambiato per sempre alcuni aspetti, antropomorfici e non, del paesaggio.
Il ricordo di quello che è successo non può e non deve in nessun modo essere affievolito dallo scorrere del tempo. Ma in nessun modo il ricordo di quello che è successo – e la lezione, seppure sfaccettata, che ne possiamo trarre – deve lasciare spazio alla paura. Permettere alla paura di paralizzare le nostre vite significa darla vinta al terremoto e condannarci a una sopravvivenza triste e desolante.
Ma questo sì, è un timore passeggero. Torneremo, con la nostra laboriosità generosa e instancabile, a lasciare il nostro segno su questa terra, sulle nostre splendide montagne.
Questa terrà rinascerà. Feriti ma mai sconfitti.

 

Francesco Di Vita