La politica è Donna?

17 Ottobre 2016
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Domanda che scotta, questa, domanda ambigua e un po’ vaga, domanda che chiama a sé una confusione di argomenti, di pregiudizi malcelati – spesso autoimposti o involontari – di situazioni irrisolte e di dubbio, di timore ed esitazione.
Si tratta, in effetti, di confrontarsi con un crocevia davvero caotico di questioni e significati che spaziano dall’anatomico allo psicologico, dall’antropologico al filosofico, dall’argomentativo all’emotivo. Trarne una risposta univoca e decisa è uno sforzo davvero faticoso e temporaneo, una strada in salita che non raggiunge mai alcuna vetta finale.
Perché, di fatto, è difficile capire come muoversi, è difficile individuare uno spazio consistente di intersezione tra il variegato insieme “Politica” e l’altro, altrettanto eterogeneo, chiamato “Donna”, come se fossimo alla ricerca di una sua potenzialità espressiva specifica o di una sua peculiarità nella prassi politica. Come se poi alla fine, però, ci fosse sempre solo un tacito e un po’ imbarazzato nulla di fatto.
E a distanza di settanta lunghi anni da quello storico Marzo del ’46 in cui fu concesso il voto anche alle donne italiane, viene da chiedersi se qualcosa sia cambiato e in che modo. Non tanto nelle leggi, nella partecipazione alla vita politica e nell’effettiva eleggibilità di rappresentanti politici del gentil sesso, quanto nella mentalità delle donne stesse, soprattutto quelle giovani, quelle che tra noi giornalmente si impegnano per credere in un futuro migliore e per realizzarlo.
La politica, attività che è quintessenza dell’uomo nella sua socialità condivisa e interattiva, è sempre stata riservata nella Storia a figure maschili, a dispetto di alcuni grandi profili femminili, che come mosche bianche a volte si incontrano in qualche monografia di settore.
Pensare o ritenere il contrario corrisponderebbe a negare uno stato di fatto; persino i più grandi Pensatori e i più raffinati Autori non contemplavano la donna se non come musa ispiratrice di grande letteratura, meticolosa custode delle arti casalinghe o silenziosa guardiana di intensi amori giovanili. Che fosse impossibile pensare ad un ruolo o ad una destinazione che sorpassasse tutto ciò è stato per secoli sottinteso, ovvio, non meritevole di alcuna obiezione.
Sembrerebbe spontaneo collegare questa separazione di ruoli alla differenza biologica di base insita nella diversa funzione riproduttiva che, di conseguenza, relegava (e sembra relegare tutt’ora) la donna alla gestione privata del focolare domestico, limitando le sue possibilità al di fuori di quell’ambito stesso. Quante grandi menti saranno state consegnate al doloroso anonimato di una vita passata a badare alla prole, infilarsi bustini, preparare pasti e non sapere nemmeno di poter desiderare altro!
Ci sono voluti secoli e secoli per far sì che qualcuna alzasse la testa e provasse a dire (a volte piuttosto confusamente) che forse la condizione di inferiorità femminile non era un dato di fatto così scontato, accettabile e giusto. Ci sono voluti vènti rivoluzionari e stagioni di illuminata sperimentazione per capire che, forse, se si poteva lavorare come bestie in casa, nei campi, nelle strade, nelle fabbriche, allora si poteva anche criticare, gridare all’ingiustizia, pretendere altro, un nuovo spazio di manovra, un nuovo orizzonte di senso.
Quella legittima inferiorità che la parola orale e quella scritta erano andate raccontando era tutta una menzogna, costruita su strati e strati compatti di giustificazioni e di ideologie sessiste di discriminazione e di reificazione, a loro volta basate su istintive convinzioni e decise prese di potere radicate nella società sin dalla notte dei tempi. Dai lontani evi della clava, però, il cervello umano qualche passo in più l’aveva fatto in termini di complessità di relazione, comprensione, comunicazione: perché non desiderare allora per la donna un ruolo migliore, importante, perfino attivo? Doveva poter scegliere di non essere solo bambina, ragazza, moglie madre, ma anche scrittrice, poetessa, scienziata, insegnante, astronauta, atleta, musicista, filosofo, ingegnere, politico.
Non era tanto una questione di “Perché?” quanto piuttosto un deciso “Perché no?”, un contrasto che nasceva dallo stupore stesso di elaborare un nuovo sconvolgente paradigma di pensiero, in cui la donna rientrasse a pieno titolo nella vita politica e sociale come essere umano in grado di assumersi onerosi doveri e quindi altrettanto degno di veder riconosciuti i propri diritti – sulla base di una universale condizione di natura alla nascita – e di poter perseguire i propri obiettivi con la garanzia della tutela degli stessi.
Tanti passi di gigante e tanti progressi hanno seguito questo momento di profonda e radicale trasformazione, alcuni ancora oggi investiti da violente polemiche: il diritto di voto, la carta della donna, l’associazionismo in seno alla politica e ai movimenti per i diritti civili, le battaglie i diritti di rappresentanza femminile e la tutela delle pari opportunità, delle condizioni di studio e di lavoro, dell’assistenza e della maternità, dell’istruzione. Dai timidi tentativi primo-novecenteschi alle più furiose manifestazioni femministe, tutto ha portato faticosamente ma con decisione verso una apertura nuova, una strada che è sicuramente un unicum nella storia della cultura di genere.
Ovvio che numerosi sono stati anche i vicoli ciechi e gli errori di calcolo incontrati, in un panorama che si è dilatato così tanto da portare a sintesi sempre più difficili, poiché legate ad una consapevolezza che non investe più solo il mondo femminile occidentale con la sua storia, ma anche quello del medio-oriente e delle culture orientali.
In tutto questo tempo di progresso e cambiamento, la donna è di fatto allora entrata nella politica in maniera inequivocabile e impetuosa. La Politica è anche Donna, senza dubbio, e negli anni passati è stata solo cecità ritenere che l’intera faccenda non la riguardasse o che non fosse una pratica di sua pertinenza.
Ci sono voluti competenza, coraggio e caparbietà, ed è stato necessario anche sopportare una certa dose di eccesso per attraversare questa metamorfosi e poterne portare alla luce i frutti. Alla fine, però, la lotta per affermare con decisione il proprio diritto di libertà espressiva ed intellettuale ha generato nuove convinzioni, una più incisiva capacità di agire, una serrata esperienza nel sapere prendere decisioni produttive per il bene di un Paese.
Ma in questo la donna non ha fatto che adottare spesso schemi comunicativi e modalità di scambio intersoggettivo carichi di elementi radicati nella tradizione di socializzazione prettamente maschile, in un adattamento obbligato e non del tutto coerente a quello stesso antagonismo comportamentale assertivo, aggressivo e combattivo di cui era stata vittima passiva in passato.
Ne ha dovuto imparare – suo malgrado – regole espressive e dinamiche comportamentali. Lo ha fatto inglobando e adottando modelli di azione-reazione che l’uomo-maschio aveva costruito scientemente per secoli; lo ha fatto commisurando le proprie energie e i propri sforzi di comprensione, cercando di mettersi al passo con una professionalità che era quasi diventata totalmente di genere, totalmente maschile. Tutto ciò è avvenuto non senza pesante forzatura, non senza una ulteriore violenza subita, finanche solo internamente, nel proprio modo di essere e di elaborare il confronto politico.
La ricerca della parità di condizione tra i due sessi si è in tal modo deformata, trasformandosi ciecamente nella corsa alla piatta uguaglianza tra essi, alla competizione a al faticoso tentativo di riuscire a dimostrare di poter essere qualcosa o qualcuno, proprio come hanno sempre potuto gli uomini. Quasi come se fosse necessario rinnegare l’essenza della propria femminilità e il portato del valore aggiunto che essa possiede, per natura, in maniera meravigliosa, specifica e peculiare.
Quello che c’è da chiedersi oggi, allora, non è se la Politica sia Donna, perché essa può esserlo e lo ha già dimostrato aprendovisi prima timorosamente e poi con decisione.
Resta invece da sapere quale sia il modo unico in cui la Donna può arricchire la Politica. Non potrebbe, ad esempio, appropriarsi degli strumenti e spazi espressivi del settore, per poi potenziarli attraverso dinamiche di rapporto che seguono un approccio più orizzontale, più corale, più ramificato ed organico, e decisamente più empatico?
Sembrerebbe strano associare questi aspetti comunicativi “blandi” alla Politica, ma occorre ricordare che questo spazio di interazione non è perfetto né ideale: esso appartiene all’umano ed è dell’uomo, per l’uomo, ed ogni suo lato positivo e negativo diventa caratteristico e determinante. Pur possedendo senz’altro regole evidenti, non è esente dalle sottigliezze e dalle zone d’ombra comunicative e di interazione che l’umano stesso con sé porta. Esso, infatti, spesso nasconde il forte egoismo dell’animo umano e l’interesse di una classe di potere dietro ai formalismi e alle procedure di facciata. Si genera una deturpazione dell’azione politica, che consente il danno al bene comune e alla percezione della corresponsabilità degli individui, favorendo l’usurpazione, sostenendo col silenzio l’abuso di potere, non boicottando le forme di oppressione, consentendo l’iniquità, giustificando la discriminazione e non impegnandosi a affrontare gli ostacoli che impediscono la giustizia sociale.
Per questa ragione, la regolamentazione del vivere associato e la salvaguardia del benessere dei cittadini avviene ogni giorno, faticosamente, tendendo al massimo l’accordo razionale al di sotto di tutte le innumerevoli impulsi irrazionali o interessati che invece appartengono agli individui.
La professionalità politica che qui inizia ad essere richiesta a uomini e donne diventa perciò gradualmente più complessa e delicata, e dovrebbe essere costruita con passione e preparazione, facendo tesoro di tutto il portato personale dell’individuo, di per sé unico e irripetibile.
In questa nuova, difficilissima sfida, la Donna può impegnarsi in Politica in maniera infaticabile, con le proprie specifiche peculiarità e le proprie capacità professionali, e deve farlo per far sì che la sua non sia una minoranza minacciata da tutelare, ma una libertà ampiamente prevista, assicurata e difesa dalle leggi, non più discriminata nel cuore degli usi e dei costumi.
Non solo leggi a garanzia dell’uguaglianza dei vari aspetti della vita della Donna, dunque. Qui l’obiettivo più grande e anche più a lungo raggio è restituire ai contemporanei un intervento attivo prettamente femminile nel ripensare le possibilità e i significati dell’agire politico.
Questo può avvenire solo evitando le lotte tra sordi estremismi e solo se si sceglie di prendersi davvero cura della comunità, educando alla difficile libertà del pensiero critico e affrontando ogni sfida con dedizione, umiltà e pazienza.

 

 

Sara Tassotti