It’s not dark yet, but it’s getting there

24 Ottobre 2016
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It’s not dark yet, but it’s getting there (buio non è ancora, ma presto lo sarà) canta Bob Dylan, uno dei più grandi cantautori della storia, insignito giovedì 13 ottobre del Premio Nobel per la letteratura.

A una settimana di distanza, mercoledì 19 ottobre all’ “University of Nevada, Las Vegas” si è svolto il terzo ed ultimo dibattito per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Il dibattito è da sempre un passaggio fondamentale e, in molti casi, decisivo per la corsa alla Casa Bianca. Infatti i candidati iniziano a prepararsi settimane, se non mesi prima per il grande evento. Spesso, durante le esercitazioni, viene anche ricreato il luogo dove si svolgerà l’incontro e, addirittura, la temperatura della sala. I dibattiti, oltre ad essere divertenti in alcune occasioni, provano la capacità di azione e reazione di ciascuno dei candidati in situazioni critiche e sono tra i più grandi esempi di strategia comunicativa, infatti nella maggior parte dei seminari sulla comunicazione politica non mancano mai esempi tratti da questa fenomenale vetrina.  
 
Ma, siamo sinceri, molti di noi hanno seguito questi dibatti nel corso dell’anno soprattutto nell’attesa che si scaldassero gli animi dei partecipanti, aspettandosi da un momento all’altro un commento pesante da parte di Trump o una risposta altrettanto pungente da parte della Clinton. In verità, infatti, nella corsa alla Casa Bianca a prevalere è stata la bassezza del livello di discussione politica, scaturitasi da tre fattori. In primo luogo dall’eccentrica personalità del “biondo che fa preoccupare il mondo”, poi dai vari scandali che hanno colpito entrambi i candidati, e infine dalla tendenza degli ultimi anni alla semplificazione del discorso, resa in qualche modo necessaria ed inevitabile dall’avvento della televisione prima e del web 2.0 poi.
 
Si è trattato, quindi, di un incontro pieno di colpi bassi e di un dibattito che, più che democratici contro repubblicani, ha messo a confronto la nuova e pericolosa dicotomia fra una candidata che incarna l’establishment e l’uomo outsider e antisistema, che basa la sua campagna elettorale sulle paure degli elettori.  E ci siamo, il populismo di Trump ci obbliga ancora a una riflessione sulla crisi delle élites politiche e della democrazia. Questa demagogia si rovescia come l’inchiostro su di un vecchio tavolo, depositandosi su quelle scanalature che logorano il legno, scanalature create dallo scollamento fra governanti e governati. Un divorzio creato da un lato dalla mancata capacità della classe politica di tenere fede a molte delle promesse fatte, dall’altro da un mondo sempre più gerarchizzato dove la globalizzazione ha spostato i centri di decisione e di potere in strutture non più politiche né tantomeno democratiche. Essi obbligano così lo stato a scendere a continui compromessi, privandolo della sua piena supremazia. Dunque, questo soggetto politico che dovrebbe tutelare me, cittadino, mostra una chiara incapacità di fornire solide soluzioni alle problematiche attuali e di dare una chiara visione del futuro. Di fronte a queste incertezze l’angoscia per il futuro cresce e, se provando a guardare in avanti non vedo che una grigia nube di incertezza, cercherò di rifugiarmi in uno “ieri” fatto di ricordi un po’ sbiaditi, non perfettamente delineati, ma che da lontano sembrano quasi colorati. 
“Make America Great Again” è lo slogan di Trump, non a caso. 
Il problema è che questa forza che promette il ritorno alla grandezza di chissà quale remoto passato promette allo stesso tempo una tabula rasa del presente, attuando nella sua propaganda una semplificazione “da bar” di argomenti e dinamiche sempre più complesse spesso con toni violenti, intimidatori, autoritari ed in molti casi volgari.
L’errore che va assolutamente evitato è quello di sottovalutare l’avvento e il rafforzamento delle nuove forze politiche demagogiche o peggio ancora di disprezzarle o deriderle. Le ideologie populiste, infatti, nel loro avanzare, tendono a mettere in crisi la democrazia, la quale  non deve rispondere adattandosi alle semplificazioni, mettendosi al pari di chi rifiuta il dialogo, il compromesso, l’apertura, il rispetto, poiché facendo questo gioco negherebbe sd stessa. Quello che occorre fare è ripensare le logiche democratiche, potenziarle e renderle più inclusive possibile e maggiormente vicine ai cittadini perché altrimenti la sfiducia della democrazia continuerà a crescere  e quella che per ora definiamo una “crisi” si trasformerà in “minaccia”. 

Vi lascio ritornando sui binari del confronto politico di mercoledì scorso, con due link dove ci sono due spot televisivi elettorali: in uno vi invito ad osservare la bravura di chi lavora alla campagna comunicativa della Clinton, nell’altro… beh… dopo tutti questi grandi discorsi sulla crisi della democrazia non potevo che lasciarvi con un “riso amaro in bocca“. 

 

Ci vediamo l’8 novembre, speriamo bene.

 

Matilde Fagiani

 GD Marche Coordinamento Segreteria e Formazione