Dalle delocalizzazioni alle rilocalizzazioni

16 Giugno 2020
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Nei poli industriali italiani negli ultimi anni vi era una parola che faceva più paura di quella che ora suscita il Coronavirus: delocalizzazioni. L’Italia è stato il Paese europeo più colpito da tale fenomeno, ed al suo interno le regioni che hanno visto più aziende migrare sono state le Marche, il Veneto e la Puglia.

I motivi della delocalizzazione ed il trasferimento ad est

Il motivo di ciò è ben chiaro: questi luoghi detengono il nostro sapere manifatturiero, sono territori in cui ciò che viene prodotto è frutto di tecniche tramandate ed aggiornate negli anni. Allo stesso tempo non tutte le fasi di produzione sono indispensabilmente legate al luogo in cui sono svolte e richiedono una così elevata attenzione. Questo ha favorito prima una fuga verso l’Est Europa, e poi ancor più distante, verso Oriente. Lo sbarco in Cina è giustificato anche dal fatto che paesi, quali Romania e Slovacchia, con l’ingresso nell’Unione Europea, si sono dovuti adeguare agli standard salariali e di tutela dei lavoratori, così che il costo del lavoro non è apparso più conveniente per gli imprenditori italiani. Ora anche in Cina la situazione sta cambiando. I cittadini asiatici hanno preso consapevolezza della mancanza di diritti ed hanno iniziato a chiederne di maggiori, così che il divario tra Europa e Repubblica Popolare Cinese sia sul piano del costo del lavoro che quello delle tutele, si sta attenuando.

I salari bassi non sono però l’unica ragione che ha spinto le nostre aziende ad andarsene. Molti puntano il dito verso il cuneo fiscale sempre più pressante, altri verso la burocrazia, lenta e ostacolante. Altri hanno fatto le valigie con la speranza di trovare nuovi mercati ad Oriente. Con i posti di lavoro sono migrate altrove anche le nostre conoscenze, il nostro know how, quel sapere tramandato da generazioni che fa del Made in Italy sinonimo di qualità.

Ritorno in patria: Made in Italy e digitalizzazione

Nel tempo però ci si è resi conto che una capacità, una competenza, sradicata dal territorio a cui appartiene, in cui ha le proprie radici, fa difficoltà a sopravvivere, e così è lentamente iniziato un parziale ritorno in patria. Molte imprese negli ultimi cinque anni hanno infatti cambiato rotta e dall’est tornano in Italia, perché hanno deciso di puntare in strategie di valorizzazione del Made in Italy, il quale continua ad essere un valore aggiunto, che giustifica anche prezzi di fascia alta per i prodotti. Un importante incentivo per il ritorno delle imprese è stata la digitalizzazione. Lenta, avviata dal settore industriale italiano, che ha permesso di ridurre alcuni costi. Secondo alcuni l’attuale crisi dovuta al Coronavirus sarà addirittura una maggior opportunità per l’introduzione di nuove tecnologie ed a causa di questo periodo di blocco molti imprenditori italiani hanno scoperto l’enorme potenziale dell’e-commerce e del mercato in rete. Le imprese che hanno fatto ritorno dal 2014 ad ora sono 40, un numero certamente esiguo rispetto a quelle che anni prima se ne sono andate, ma è senza dubbio un inizio che lascia ben sperare, se sapremo rendere per le aziende più allettante l’opportunità di ristabilirsi nel Paese d’origine piuttosto che quella di trasferirsi in quelli che sono purtroppo le nuove fabbriche del mondo, come India e Bangladesh, dove il percorso per la tutela dei diritti e l’equo salario è ancora lungo, a vantaggio di molte multinazionali occidentali.

Normativa antidelocalizzazione

In Italia non esistono leggi che vietano la delocalizzazione e non potrebbero esistere. Esistono norme, come quelle inserite nel Decreto Dignità, che sanzionano coloro che usufruiscono di aiuti di stato e poi poco dopo decidono di abbandonare il nostro Paese, per trasferirsi al di fuori del SEE (Spazio Economico Europeo). Vincoli di questo tipo verranno posti anche a coloro che utilizzeranno i fondi preposti per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Leggi che vietino in maniera assolutistica la delocalizzazione non possono invece esistere, perché oltre al rispetto della nostra costituzione, l’Italia, come ogni altro Paese al mondo, è soggetta al rispetto di leggi internazionali ed europee. I principi e gli obiettivi fondanti dell’Unione prevedono la libertà di movimento di capitali e persone, ed aspirano alla costituzione di un mercato unico europeo, dove uomini ed imprese possono muoversi liberamente, senza restrizioni poste dagli Stati. Allo stesso modo vietare il flusso di capitali e di imprese verso i paesi extra UE vuol dire limitare l’ingresso di investimenti che vengono da quei paesi verso di noi, ridurre la nostra forza di esportazione e mettere a rischio le relazioni diplomatiche.

La globalizzazione e le sue sfide: dumping sociale e consumo critico

Il distretto industriale del XXI secolo non conosce confini regionali o ancor peggio comunali, ma si dirama in varie nazioni, sfruttando le capacità di ognuna di esse. L’economia ed il mondo globalizzato possono non piacere, ma non si può continuare ad ignorare che esistano. Non possiamo chiuderci in noi stessi, senza dare spazio di movimento alle imprese. Ciò che invece potrebbe fare una buona politica di tutela dei posti di lavoro e delle maestranze locali, è quello di incentivare a restare, aiutare a rimanere e non mettere sbarre ai confini. Allo stesso tempo, a livello internazionale, andrebbe combattuto il dumping sociale, ovvero la meschina usanza di andare alla ricerca del luogo in cui gli operai vengono pagati meno e hanno meno diritti, per poter creare profitto maggiore sulla loro pelle. Serve un’azione di sensibilizzazione a livello globale verso il rispetto dei diritti dei lavoratori, e verso un modo di fare impresa etico e corretto. Lo sfruttamento della manodopera, e in alcuni casi anche il mancato rispetto di norme di tutela dell’ambiente, non devono più essere un’alternativa socialmente accettabile. La costruzione di un’economia cosciente non spetta solo agli imprenditori ma anche a noi consumatori, che dovremmo più spesso chiederci cosa si cela dietro ai prodotti a prezzi stracciati che compriamo, soprattutto nel settore dell’abbigliamento. Insomma, nella battaglia “contro” le delocalizzazioni siamo chiamati tutti a partecipare, perché non si tratta solo di conservazione dei posti di lavoro, ma di salvaguardia del concetto di lavoro come opportunità di realizzazione umana, e non di merce al servizio dell’impresa.