De fertilitatis die

5 Settembre 2016
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Mercoledì 31 agosto il ministero della Salute ha lanciato una campagna, il cosiddetto “Fertility Day”, il cui fine era quello di sensibilizzare la popolazione sul tema della fertilità e sul rischio della denatalità.

Per giorni sui vari social non si è parlato d’altro, quasi interamente in negativo, in quanto le immagini e i messaggi promossi hanno indignato molti, specialmente le giovani donne.
Risposte e commenti più o meno elaborati sono comparse sui vari blog e sulle varie testate di giornali poiché molti, con competenze maggiori alla mia, hanno voluto dire la loro andando ad analizzare vari aspetti della campagna.
Anche i Giovani Democratici sono usciti sul sito ufficiale con un loro comunicato.

Personalmente non ho affatto una buona opinione del Fertility Day così come è stato concepito.
Parto da un presupposto però, ovvero che non credo sia sbagliato che un governo spinga i propri cittadini a procreare. Credo anzi che una società che punti a perpetuare se stessa sia una società sana o, perlomeno, ancora salvabile e che tornare a pensarsi un po’ più come collettività più che solo come somma di singoli individui non sia affatto sbagliato.
Ciò che della campagna è stato completamente sbagliato è il metodo: messaggi come “la bellezza non ha età. La fertilità sì” o “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna” sono umilianti, offensivi e del tutto privi di utilità ed efficacia.
Molti altri paesi in questi anni hanno infatti istituito delle iniziative con lo stesso scopo, riuscendo però a far passare il messaggio attraverso vie comunicative esponenzialmente migliori.
Condivido a pieno, a tal proposito, quanto dichiarato da Matteo Renzi: “Non sapevo niente di questa campagna, non l’ho neanche vista. Se vuoi creare una società che scommette sul futuro e fa figli devi creare le condizioni strutturali: gli asili nido, la conciliazione col lavoro. Le persone fanno figli se possono finalmente avere un lavoro a tempo indeterminato, investire su un mutuo, avere l’asilo nido sotto casa. Questa è la vera campagna. Non conosco nessuno dei miei amici che fa un figlio perché vede un cartellone pubblicitario. Conosco quelli che mi dicono come faccio se non ho i nonni, se sono precario…”.
È da queste parole che emerge la verità più grande. Se un governo vuole incentivare i cittadini a fare figli, preoccupato dall’aumento del tasso di denatalità, ciò che dovrebbe fare non sono pubblicità di pessimo gusto, ma, ad esempio, promuovere incentivi per le coppie con figli, costruire asili nidi e alloggi per giovani coppie, garantire i diritti delle donne lavoratrici, favorire il congedo parentale e così via, con accorgimenti più o meno legati alla questione della fertilità.
E strettamente legata a ciò è il problema, più che reale, della disoccupazione e delle prospettive lavorative dei giovani italiani.
Come può un giovane, in una stato di precarietà, pensare di fare un figlio? E come può pensarlo, ancora di più, una giovane donna, quando la realtà dei fatti mostra contratti non rinnovati a causa di una gravidanza, orari di lavoro e stipendi che impediscono di essere sia madre che lavoratrice?
Ecco allora che nuovamente va ribadito che l’unico modo per garantire un maggiore tasso di natalità è quello di migliorare le condizioni dei neo-genitori e delle giovani coppie.
Accanto a questo, non ho gradito la campagna anche per un ulteriore motivo, ovvero che quasi tutte le immagini, con messaggi annessi, erano rivolti a un pubblico femminile.

Sembra così che la nascita e la crescita di un figlio sia una questione prettamente riguardante le donne, quando invece dovrebbe essere ormai dato per appurato che maternità e paternità siano da considerare sullo stesso piano, entrambe sotto al concetto di genitorialità, dovendosi occupare quindi anche della questione del padre, spesso non abbastanza tutelato dalle politiche sociali e lavorative.
Ma la campagna mi ha fatto riflettere in particolar modo su un’altra questione, che credo non riguardi solo il nostro paese.
Sembra spesso che, ancora oggi, nel 2016, dopo anni di battaglie e di conquiste, di pari uguaglianza tra uomo e donna, almeno sulla carta, di donne che studiano, lavorano e ricoprono incarichi di rilevante importanza, una donna senza figli valga meno di una madre.
Non mi riferisco tanto alle donne che di figli non possono averne, per motivi medici o legati alla sfera sentimentale, verso le quali la campagna della ministra Lorenzin è stata particolarmente dura, insensibile e altamente irrispettosa, ma alle donne che scelgono consapevolmente di non fare figli.
La volontà di fare o non fare figli non dovrebbe rendere nessuna meno donna di un’altra.
Semplicemente, ognuna dovrebbe essere libera di scegliere se mettere al mondo un figlio o meno, basandosi sulle proprie motivazioni, non dovendo invece guardare a ragioni economiche, sociali, lavorative o familiari che siano.
E invece sembra ancora che non si guardi a un uomo che non è diventato padre come a una donna che madre non è, della quale si pensa che la vita sia necessariamente più vuota, meno felice e perfino con un senso minore.
Una donna oggi può sì avere un lavoro di tutto rispetto, una carriera e una vita soddisfacenti, ma fino a che non decide di sposarsi e di fare un figlio questa apparirà agli occhi dei più come incompleta.
Un esempio, forse banalissimo: l’attrice americana Jennifer Aniston, quasi cinquantenne, ha più volte dichiarato di sentirsi appagata così e di non desiderare una gravidanza, e lo stesso pensava ai tempi del suo matrimonio, nel fiore dei suoi anni. Eppure i tabloid scrivono costantemente di una sua gravidanza, convinti che prima o poi anche lei diventerà madre, specialmente ora che il suo orologio biologico ticchetta più forte, non accettando fino in fondo la possibilità che una donna con un compagno, un lavoro e delle possibilità economiche possa non voler mettere al mondo un bambino.
Pochi giorni fa ho letto un articolo su una ragazza americana di ventinove anni, senza figli, che si è fatta chiudere le tube (qui il link http://www.huffingtonpost.it/anjali-sareen/legamento-tubarico-operazione—figli_b_9907976.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001).
Da questo potrebbero scaturire molte riflessioni.
Quello su cui più mi sono concentrata sono le reazioni derivanti dalla definitività di una scelta.
Oggi è dato ormai per consolidato che uomini e donne diventino genitori in età molto più avanzata rispetto al passato e questo fatto interessa soprattutto il sesso femminile, che oggi più di ieri si concentra su un percorso universitario e su una carriera lavorativa. Diventare madri quando non si è più giovanissime è più rischioso e sotto diversi aspetti meno consigliato, ma è comunque ormai accettato da tutti.
Se una donna sui trent’anni decide di non non mettere al mondo un bambino per concentrarsi sul lavoro e su di lei, la reazione più comune sarà quella di accettare il fatto, ritenendo che comunque nel giro di pochi anni anche lei avrà la voglia di diventare madre, non concependo fino in fondo che una donna, così come un uomo – ma per questo il problema è minore – potrebbe anche non provare tale desiderio.
Se una ragazza giovane dichiara di non volere figli non verrà mai presa del tutto seriamente dalla maggioranza delle persone, nella convinzione che questa possa cambiare idea, sentendo a un certo punto la voglia di maternità, per questo la definitività di una scelta, come quella appunto di ricorrere a un’operazione per farsi chiudere le tube, sarà sconcertante per i più.
La campagna del Fertility Day apre quindi milioni di questioni che meriterebbero ognuna di essere analizzata nel dettaglio.
Ciò che è certo è che uomini e donne, e specialmente queste ultime, sono persone complete anche senza figli, in nulla inferiori o superiori a chi invece di figli ne ha.
A queste ultime lo Stato, più che elogiarle come persone di serie A, deve garantire assistenza sul luogo di lavoro, una migliore sanità e un migliore servizio scolastico.
E ancora, quando si parla di famiglia e di figli, l’uomo e la donna vanno sempre considerati sullo stesso piano, poiché l’argomento non deve riguardare la donna solo perché è lei a tenere il figlio in grembo per nove mesi, ribadendo che alla madre non deve essere chiesto più che al padre, i quali devono quindi avere gli stessi diritti e gli stessi doveri.
Tralasciamo quindi quei manifesti vergognosi che hanno intasato i social in questi giorni, chiedendo e lavorando invece per far sì che la scelta di fare figli o meno sia legata solo a ragioni riguardanti il nostro essere, al di là della situazione precaria nella quale ci troviamo, con lo Stato dalla nostra parte dal momento in cui una nuova vita sta per nascere e con lo Stato che ci tutela e ci riconosce anche se non contribuiamo alla fertilità del paese.

 

 

Lucrezia Giancarli