Con la cultura si mangia?

26 Settembre 2016
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Con la cultura si mangia?
Era il 2010 quando il Ministro Tremonti, varando la manovra finanziaria, se ne uscì dicendo che la cultura non dava da mangiare. Sembra forse assurdo tirare fuori un’affermazione di 6 anni fa oggi. Ma il dibattito è sempre vivo. Ora potremmo metterci a fare i conti in tasca alla cultura. Potremmo iniziare a supportare la nostra tesi dicendo che uno studio della “European House Ambrosetti” ha dimostrato in maniera scientifica che per ogni euro investito in cultura, la ricaduta è pari a 2,49€. Oppure che per ogni incremento di una unità di lavoro nel settore culturale, l’incremento totale sulle unità di lavoro è di 1,65. Ma non lo faremo. Non lo facciamo perché crediamo che le misure messe in atto in campo culturale siano esclusivamente giustificabili, in un sistema di pesi e contrappesi, con una questione morale che ci sfugge troppo spesso. L’Italia, patriottismi a parte, è il paese della Cultura. Quella con la “C” maiuscola. Ed è proprio qui, nel bel paese, dove non possiamo arrenderci, anche in stagioni di difficoltà, all’idea che si debba investire nel settore che è nel nostro DNA. Il Governo, che se ne dica di leggi elettorali, riforme costituzionali o Jobs Act, sicuramente ha segnato uno spartiacque rivoluzionario rispetto al passato. Le misure messe in atto vanno tutte nella stessa direzione: la card da 500€ per i giovani, ma anche il fondo per le spese di formazione per gli insegnanti, l’art bonus, l’assunzione di 500 operatori nei settori dei beni e delle attività culturali, il 2×1000 alla cultura, etc. In conclusione non possiamo non pensare alla storia del nostro paese nella fase di maggiore espansione proprio culturale. C’era un’epoca dove a Firenze la famiglia Medici commissionava, con un mecenatismo sfrenato, opere ad artisti, che solo oggi viene i brividi nominare. Oggi non siamo magari in cerca di altri Botticelli o Da Vinci, ma riaffermare un principio per il quale dove ogni euro speso in sicurezza deve poi essere speso in cultura, oppure dare la possibilità ad un privato di rimettere a nuovo il Colosseo e “Scalinata di Piazza di Spagna” è sicuramente un passo verso una rivoluzione, quantomeno morale, dove spesa pubblica e cultura non siano per forza inconciliabili fra di loro. Ironia della sorte? Per ottenere questo abbiamo dovuto aspettare un altro fiorentino.

 

 

Fabio Ragni