C’ERA UNA VOLTA LA SIRIA

10 Aprile 2017
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La guerra in Siria comincia nel marzo 2011 con la gente che scende per le strade pacificamente per chiedere democrazia, riforme economiche e le dimissioni di Assad. È il 15 marzo 2011 quando, in seguito alla repressione di una manifestazione a Daraa, finisce nel sangue l’illusione di portare a Damasco il vento della “primavera araba”. Con il passare dei mesi e in particolare nell’autunno del 2011 si verifica un’escalation di violenza capace di trasformare le proteste di piazza in un conflitto armato che interessa tutte le principali città del paese. Quello che sembrava il facile sbocco di una delle tante primavere arabe, ovvero l’abbattimento di un regime democratico, si è progressivamente trasformato in un conflitto civile a forte impronta religiosa che si è andato ad inserire all’interno del confronto globale tra sciiti e sunniti. È nel giugno 2014 però che la guerra assume un nuovo volto in seguito alla fondazione dello Stato Islamico che determina l’apertura di una “guerra nella guerra” e la formazione di una coalizione anti ISIS ((Islamic State of Iraq and Syria).

 

Il conflitto continua e i vari attori in gioco perseguono ognuno il proprio obiettivo in questa inestricabile situazione così lontana da una possibile soluzione diplomatica. In mezzo, a pagare le conseguenze di una guerra rovinosa e devastante, resta il popolo siriano: secondo l’ultimo rapporto ONU, risalente al 2014, la guerra ha causato, solamente nei primi tre anni, oltre 250.000 morti, cinque milioni di profughi e migliaia di dispersi. I siriani non sono che i numeri dei rifugiati, i profughi da fermare alle frontiere, i numeri dei morti. Uno degli ultimi attacchi di cui sono stati vittime i siriani, è stato quello effettuato con delle armi chimiche e comandato, secondo i sospetti delle Nazioni Unite, dalle forze governative del presidente Assad. Tale attacco è avvenuto il 4 aprile scorso e ha causato circa ottanta morti tra cui trenta bambini.

Davanti all’ennesimo orrore di questa guerra senza testimoni la comunità internazionale ha reagito con durezza e, in seguito ad un repentino cambio di toni nei confronti del regime di Bashar el Assad, gli Stati Uniti del presidente Donald Trump hanno lanciato 59 missili Tomahawk contro la base militare di Al Shayrat in Siria riuscendo a danneggiare le piste d’atterraggio della base dell’aviazione siriana, vari depositi di munizioni e altri bersagli tattici. L’attacco americano è stato solo un avvertimento o l’inizio di una campagna e di un impegno crescente degli Stati Uniti nella guerra siriana? I significati politici dell’attacco restano contraddittori ma chiaramente Trump sembra aver lanciato il messaggio più potente dall’inizio del suo mandato, un messaggio aggressivo che mette in guardia il presidente Assad, i suoi alleati russi e sconvolge il gioco di alleanze formate in questi anni.

Di fronte agli orrori di questa guerra, di fronte a donne e uomini che vengono torturati e uccisi, di fronte alle immagini di un giovane padre che non si dà pace e continua a cullare i piccoli corpi senza vita dei suoi due gemelli di appena nove mesi viene spontaneo chiedersi se l’umanità esista ancora e se ci sia ancora spazio per la speranza in un mondo le cui atrocità non si fermano nemmeno di fronte a dei bambini innocenti e indifesi. Quale sarà la soluzione di questo interminabile e sanguinoso conflitto diventato una scacchiera nelle mani delle potenze mondiali nessuno lo sa, ma quando ci accorgeremo che il silenzio che troppo spesso avvolge la vicenda umana del popolo siriano è anche una nostra responsabilità, sarà troppo tardi.

 

Martina Ortolani